La luce delle candele gli era sempre piaciuta più di quella elettrica. Poteva essere una cosa molto, molto stupida, ma per lui non c’era niente di meglio, per riflettere con calma, che stare sdraiato su un letto con un paio di candele accese sul comodino, e il resto della stanza al buio. Steven aprì una scatola che aveva fatto comprare ad un roadie il giorno prima. Candele profumate al thè verde? Ma dove le aveva trovate? Beh, gliene importava poco. Ne prese due e le mise in un candeliere che stava sul tavolo, d’altronde se andavano in giro per hotel a cinque stelle doveva pur ricavarne qualche vantaggio, poi spense la luce e andò a sdraiarsi sul letto. Però dopo vide che sul tavolo c’era della frutta. Ringraziando la gentile direzione si rialzò, prese una fetta di cocomero insieme ad un tovagliolo e tornò sul letto. Iniziò a mangiare, e intanto pensava. Insomma, non per vantarsi, ma in quel momento era l’unica persona tra loro cinque in grado di fare ragionamenti più o meno coerenti, e se non voleva che iniziassero tutti a sfasciarsi, bisognava agire. Dunque, pensò, cominciamo dal meno difficile.
Problema numero uno: Slash e Duff.
Beh, ma loro alla fine non erano un problema vero e proprio. Quella sera avevano litigato come due pazzi, ma suvvia, erano peggio di una coppia sposata. Ci scommetteva qualsiasi cosa, erano le due di notte, ed entro le otto della mattina dopo sarebbero tornati più innamorati di prima. E comunque la cosa andava avanti da quando abitavano tutti e cinque insieme appassionatamente, doveva solo aspettare.
Problema numero due: Izzy.
Qui era più difficile. Specialmente negli ultimi tempi, era strano. Sembrava… mh… sul depresso andante? Sorrideva poco, parlava meno del solito, e passava il tempo a scrivere canzoni senza testo. Ok, l’ultima cosa era perfettamente normale, ma le altre due di meno. E soprattutto, era stranospecialmente quando in giro c’erano Slash e Duff che si scambiavano diffuse effusioni. Ma il suo stranissimo umore si era fatto più saldo da quando quella… quella… e come cazzo si chiamava… ah sì, Erin, aveva lasciato Axl.
Il che portava direttamente al problema numero tre, il peggiore. Ovvero Axl.
Lui e la tipa, lì, Erin, si erano lasciati da… da… ma porca miseria, non se lo ric… ah, sì, un mese più o meno, ed era diventato più intrattabile del solito. Va bene, non era mai stato la persona più facile del mondo con cui trattare, anzi, ma cielo, da quando si erano lasciati era ancora più lunatico di prima. Un secondo, era il migliore amico del mondo. Quello dopo, potevi aver detto qualsiasi cosa che gli ricordasse Erin o chissà qualche altra disgrazia, e cazzo, diventava il peggior figlio di puttana della storia, con il raggiungimento di punte di isterismo che mai si sarebbe immaginato, anche se da Axl ormai potevi aspettarti qualsiasi cosa.
E come Izzy, si straniva particolarmente quando c’erano in circolazione Slash e Duff in modalità San Valentino.
Il che lo portava ad una conclusione piuttosto ovvia, cioè che sia Axl che Izzy erano gelosi marci del fatto che quei due avessero una relazione appagante e funzionante.
Non dubitava del fatto che Izzy ne fosse perfettamente conscio e che se ne vergognasse, e infatti aveva il buon gusto di non darlo mai a vedere in maniera troppo evidente.
Axl, invece, secondo lui, non se ne rendeva pienamente conto, anzi, dubitava che collegasse le due cose, o che sapesse cosa voleva, se era per quello.
E lì raggiungeva il nocciolo della questione, perché era quasi sicuro che l’umore di Izzy dipendesse parecchio da cosa succedeva a mr. Rose. D’accordo che erano amici dai tempi delle elementari, ma c’era decisamente di più sotto, secondo lui. Anzi, dicendola pure tutta, sempre secondo lui, Izzy stava male vedendo che Axl stava male, ma non potendo fare niente per lui (dato che in ogni caso il signor Rose non avrebbe mai ammesso di avere bisogno dell’aiuto di qualcuno, men che meno di quello di Izzy), e tanto più quello che avrebbe voluto sul serio, e vedendo intanto Slash e Duff che non avevano nessun problema del genere, ecco qui, si comportava come si comportava, e sembrava uno straccio.
Riguardo Axl, non sapeva che dire, se non che anche lui invidiava fortemente quei due, se non altro perché prima aveva qualcuno anche lui, e adesso no.
Anche se sempre per essere totalmente sinceri non gli era mai sembrato che fosse particolarmente felice con quella lì.
Intanto però conveniva parlare con Izzy. Di sicuro sarebbe stato più facile.
E intanto avrebbe potuto dare una controllata ai due colombi, la qual cosa non avrebbe sicuramente danneggiato nessuno.
Buttò la buccia del cocomero in un cestino, spense le candele, si infilò una maglietta e uscì dalla stanza.
Guardò nel corridoio ed era totalmente vuoto, con l’eccezione della camera di Slash, davanti alla quale c’era una fila piuttosto consistente di groupie… cazzo, dovevano aver litigato davvero di brutto. Forse era meglio cercare Duff… stavano al quinto piano. Chiamò l’ascensore e scese alla reception, per poi passare nella hall. Ci aveva visto giusto.
Il bassista era disteso su un divano, con accanto un tavolino, sul quale c’era una bottiglia di Jack vuota per un quarto. Il bicchiere accanto era quasi finito ma non del tutto. Beh, almeno non si era sbronzato troppo. Aveva indosso i soliti pantaloni di pelle nera e la maglietta senza maniche del CBGB. I suoi capelli biondi ricadevano sul bracciolo del divano in una massa spettinata, e osservandolo meglio vide che intorno agli occhi aveva tracce sbiadite di rimmel, come se avesse pianto, e anche tanto. Prese una sedia e la portò vicino al divano scuotendogli la spalla. L’altro aprì gli occhi (rossi e gonfi… da aspettarselo), lo guardò per qualche secondo, poi cercò di rialzare il bicchiere, ma Steven lo mise a distanza di sicurezza.
“Steve, per piacere…”
“Eh no.”
“Cazzo, sto già abbastanza di merda, non mettertici anche tu…”
“Che è successo?”
“Nah, è tutta colpa mia. Che scemo che sono…”
Steven però era deciso a farlo parlare. L’ultima cosa che voleva era Duff McKagan in modalità depressione. Il bassista capitolò, alla fine sapeva che in ogni caso era impossibile nascondere qualcosa a Steven, quando lo voleva sapere.
“Ecco, stasera, prima del concerto insomma, avevo bevuto qualcosa…”
Steven si morse le labbra. Doveva cominciare seriamente a regolarsi con il Jack…
“Poi, beh, mi sa che non l’hai vista, comunque c’era questa ragazza in prima fila, carina, ma niente di che insomma, che è stata a guardarmi tutto il tempo, e qualche idiota l’ha fatta passare nel backstage, mi si è lanciata addosso, stavo per spingerla via ma Slash è entrato esattamente in quel momento e… beh avrai capito. Abbiamo litigato, lì, ed è da stasera che in camera sua c’è la fila di troiette. Ma che idiota che sono…”
“Si è arrabbiato parecchio?”
“Era furioso, se non l’hai sentito.”
L’aveva sentito eccome, ma sperava che fosse stato meno peggio di quello che aveva immaginato.
“Che faccio ora?”
“Cosa ha detto?”
“Che non voleva saperne più.”
Il bassista si girò sul fianco nascondendo il viso contro la spalliera del divano. Steven sorrise amaramente. Era possibile che in tre anni o quello che era che stavano insieme ancora non capiva che quel tesoro del loro chitarrista numero uno aveva tra le sue caratteristiche principali quella di essere terribilmente esagerato?
“Ma dai, non diceva mica sul serio. Adesso sarà incavolato, ma gli passerà. Avete resistito tre anni e ti fai buttare giù da una stronzata del genere? Appena ha sbollito, che ne so, portagli la colazione e chiedigli scusa. Vedi come cambia la musica…”
Duff cercò di pensarci su il più lucidamente possibile, perlomeno nel suo stato. Probabilmente aveva ragione Steven… cielo, quanto era fuso quella sera?
“Già… cazzo che idiota che sono… stasera sto incasinando tutto da solo…”
“Ma vai a lavarti la faccia e non fare la vittima.”
“Vittima? Ma vai all’inferno, Adler…”
Il bassista si alzò dal divano e si avviò verso l’ascensore. Gli sorrise stancamente e sparì nella cabina pochi secondi dopo.
Steven rimase seduto per qualche minuto, poi si alzò anche lui. Tra quei due si sarebbe sistemato tutto nel giro di poco. Ma lui aveva una missione, forse non per conto di Dio, ma importante in ogni caso, e doveva far alleggerire la situazione in quel meraviglioso gruppo.
Ergo, aveva altri due idioti da cercare.
Quando uscì dalla cabina dell’ascensore, Duff, come prima cosa, decise di controllare la situazione nella camera. C’era ancora una bella fila… ma che cazzo.
La vedeva difficilissima. Stava per andarsene quando sentì che qualcuno aveva sbattuto la porta. Era una ragazza su tutte le furie, che iniziò a strillare come un’aquila. Specialmente considerando il suo stato attuale, era difficile capire qualcosa in mezzo a quella crisi isterica, ma subito dopo tutte le groupie se ne andarono via.
Forse aveva avuto fortuna.
Erano le tre di notte… beh, mai troppo presto per mangiare qualcosa. Andò in camera sua e ordinò una colazione per due. Mentre aspettava, andò a guardarsi allo specchio del bagno.
Che spettacolo pietoso.
Aprì l’acqua del rubinetto e cercò di levarsi le tracce di rimmel, ma si rese conto quasi subito che ci voleva uno struccante, e in quel momento non pensava proprio di riuscire a cercarne uno. Si mise a posto i capelli, per quanto poteva, e appena bussarono alla porta tirò dentro il carrello. C’erano due tazze di latte bollente, una caffettiera piena, una caraffa di succo di arancia e due fette di torta alle mele. Beh, niente male. La cosa difficile sarebbe stata ricucire. Sospirò e uscì dalla camera portandosi dietro il carrello per poi arrivare alla porta della stanza di Slash.
All’interno della suddetta stanza, la situazione non era per niente rosea.
Distruggere le camere d’albergo era una delle poche cose nel curriculum della perfetta rockstar che Slash non aveva mai fatto.
Forse era giunto il momento.
Maledetto McKagan. Perché lo voleva morto, o quantomeno in galera? Nessuno di loro due era uno stinco di santo, ma gli era sembrato che i patti fossero stati chiari.
Niente scappatelle.
Ed era andata anche troppo bene, per tre anni. E poi lo trovava avvinghiato a quella ragazzina decerebrata? Chissà se era la prima volta o no.
Aveva decisamente voglia di distruggere la stanza.
E sicuramente tutte le galline di quella sera non gli avevano fatto cambiare umore in meglio, anzi, semmai in peggio, perché più galline c’erano, più gli mancava Duff. Ma che male aveva fatto? Non voleva neppure suonare, e con quello aveva detto tutto. Insomma, lui in tre anni non aveva mai, mai pensato di andare con qualcun altro, neppure durante la peggiore delle sbronze, e quel… quel… non ci voleva neanche pensare. Fece per tirare una sorsata da una bottiglia di Jack che aveva lasciata aperta la sera prima quando sentì qualcuno che bussava.
Sperò con tutte le forze che non fosse un’altra gallina.
“Chi è?”
“Duff. Posso entrare?”
Oh cazzo. Se voleva farsi perdonare, non era aria, ma voleva proprio vedere cosa diceva. Prese un pacchetto di sigarette dal comodino e se ne accese una.
“Avanti.”
Il tono non gli lasciava troppe speranze. Ma che costava provare?
Aprì la porta e spinse dentro il carrello per poi richiuderla. E andò a guardare per prima cosa il letto, dove era seduto con indosso solo un paio di jeans e la sigaretta in mano il signor Saul Hudson, e chiaramente la solita massa di capelli gli impediva di vedere gli occhi.
Perfetto, McKagan, perfetto.
Slash, dal canto suo, era rimasto abbastanza stranito. Perché aveva portato tutta quella roba?
E perché a vederlo meglio gli sembrava perlomeno dispiaciuto? Forse si sbagliava, o forse no? Si scostò dal viso una ciocca di capelli. Ok, le possibilità che si fosse sbagliato salivano.
Il bassista si schiarì la gola. Era lui che aveva bussato, era lui che doveva iniziare.
“Uhm… ecco… avevo pensato che… forse…”
“Forse cosa?”
Quel tono non lasciava molta scelta. O la smetteva di girarci intorno, o se ne poteva andare.
“Senti mi… mi dispiace per quello che è successo, davvero, ma ti assicuro che non è come pensi tu.”
“Ah no?”
“Detta così sembra una scusa, ma se fossi entrato dieci secondi dopo avresti visto un’altra scena.”
“E dovrei crederci? E poi scusa, chi mi garantisce che questa fosse la prima volta, o che sarà l’ultima?”
Duff non poteva dire di non aspettarsi un’uscita del genere. Si vedeva, era furioso. Perfetto, davvero perfetto. Riuscì solo ad abbassare la testa.
“Se io ti dicessi che è stata la prima volta e che non ce ne saranno altre non mi crederesti suppongo… ma fai come cazzo ti pare.”
Slash stava giusto per ribattere ma quando lo guardò meglio, non riuscì a dire niente.
Anche se la massa bionda gli copriva la faccia, era l’intera posizione del corpo di Duff che dava da pensare. Era appoggiato al muro, con un braccio abbandonato lungo il corpo e la mano dell’altro braccio che gli stringeva il gomito. Dopo pochi secondi scivolò seduto sul pavimento, e diavolo, se c’era un momento in cui gli era sembrato completamente devastato, era quello.
Slash rimase con la sigaretta nella mano bloccata a mezz’aria. Ci pensò su un paio di secondi, la spense sul posacenere, si alzò poggiando i piedi nudi sul pavimento e si avvicinò a Duff, per poi inginocchiarsi di fronte a lui. Il bassista aveva la testa chinata, appoggiata su un braccio che a sua volta era disteso sulle ginocchia piegate. E non gli vedeva il viso.
Male.
“Ehi…”
“Non avevi detto che non volevi saperne più?”
Diavolo, non l’aveva mai sentito così amareggiato in vita sua. O era un attore da Oscar, o aveva detto la verità prima. E se fosse stata vera la seconda, se davvero non l’aveva fatto apposta… beh, pensò Slash, sono stato davvero uno stronzo di prima categoria.
Non sapeva cosa fare… ma che razza di situazione… scosse la spalla di Duff, ma l’altro non si mosse. Poi però cominciò a parlare.
“Senti, non so cosa tu vada a pensare, ma davvero… davvero credi che l’abbia fatto apposta? Senti ho… cazzo, diciamo che lo sai che fino ad ora, con qualcuno dico, ha funzionato una sola volta, cioè questa, e che cazzo, credi che manderei tre anni a puttane così? Io non… basta, non ce la faccio più…”
Rialzò la testa, chiuse gli occhi e si appoggiò completamente contro il muro. Slash si scostò rapidamente i capelli dagli occhi e quando vide il viso di Duff segnato da due occhiaie abbastanza evidenti, sporcato dal rimmel e soprattutto bagnato da una lacrima che gli scendeva lungo la guancia sinistra si rese conto di essersi completamente sbagliato. Ok, Duff si era comportato da perfetto idiota con quella tizia lì, ma se l’avesse lasciato sul serio, si sarebbe meritato un premio per chitarrista più idiota e insensibile della faccia della terra. Stava quasi per parlare quando Duff si accorse della lacrima traditrice.
“Oh merda…”
Poi alzò la mano e fece come per asciugarla, ma la mano di qualcun altro gli bloccò il polso a metà strada, e quando provò a rialzare la seconda, successe la stessa cosa. E si trovò con i polsi bloccati contro il muro, e il viso di Slash a cinque centimetri dal suo.
“Proprio tipico di te, McKagan…”
Poi Slash gli lasciò il polso sinistro, portò la mano alla base del suo viso e asciugò la scia lucida salendo con l’indice, per poi passargli la mano dietro al collo e baciarlo con moltapassione.
Chiaramente Duff non ci pensò due volte e fu molto veloce a passare le mani tra la massa di ricci neri del chitarrista per spingerlo contro di lui il più possibile. Dopo cinque minuti sul pavimento, però, iniziarono ad avere freddo tutti e due. E per quanto avesse voglia di tornarsene a letto, possibilmente in compagnia di un certo biondo con il rimmel sbavato, Slash decise di fare i chiarimenti prima.
“Sai, è ridicolo…”
“Cosa?”
“Ero convinto che fossi tu ad avere torto marcio, e ora mi sento tremendamente in dovere di scusarmi…”
“Che dici, non c’è bisogno… se ci mettiamo una pietra sopra tutti e due?”
“D’accordo, ma alla prossima ragazzina che passa nel backstage non rispondo di me.”
“Affare fatto.”
Duff spostò i capelli che erano ricaduti sul viso del chitarrista per vedergli gli occhi, poi sorrise leggermente, e fu felice di vedere che l’espressione di Slash rispecchiava la sua.
“Ma avevi ordinato qualcosa?”
“Avevo ordinato qualcosa, sì…”
Slash si alzò da terra tirando su anche Duff, il quale non sembrava avere nessun desiderio di alzarsi, poi in qualche modo arrivarono fino al letto, e lungo la strada trascinarono il carrello. Quando arrivarono a destinazione, Slash andò a mettersi sul lato più lontano del matrimoniale, mentre Duff dopo aver buttato le scarpe dalla parte opposta della stanza, cominciò a trafficare con un vassoio. Dopo un poco, si girò e andò ad accomodarsi accanto a Slash, tirando su la coperta coprendo entrambi fino alla vita, per poi appoggiare in mezzo il vassoio, con sopra due caffelatte, due bicchieri di spremuta e le due fette di torta.
“Da cosa vuoi iniziare?”
“Direi dalla torta, ma mi va più così..”
Slash prese la sua fetta dal piatto, ma invece di mangiarla, la avvicinò alla bocca di Duff, che non si fece pregare per dare un morso.
“Com’è?”
“Buona. Assaggiala no?”
“Subito.”
E dopo aver appoggiato la fetta sul piatto, tornò a baciare il bassista, assaporando la torta di mele dalla sua lingua.
Aveva ragione, era proprio buona.
Il cambio di atmosfera nella zona non sfuggì sicuramente a due persone.
La prima era Steven, che si allontanò dall’inizio del corridoio dopo aver visto che Duff, dopo mezz’ora, non accennava ad uscire. La notte era ancora giovane e lui aveva ancora delle faccende da sbrigare, ma intanto doveva essere sicuro di alcune cose, e soprattutto doveva prendere un caffè, prevedendo che quella notte non avrebbe dormito.
La seconda era l’occupante della stanza accanto, ovvero un certo Jeff Isbell al secolo Izzy Stradlin’, il quale era invece di umore totalmente opposto.
Dato che avevano i muri in comune, aveva avuto occasione di sentire:
1 Tutta la lite;
2 Tutte le performance di Slash quella sera;
3 Tutta la riconciliazione.
E detestava ammetterlo, ma lui non era invidioso, no che non lo era.
Si stava solo mangiando le mani al pensiero di quanto fossero fortunati quei due.
Anche se chiaramente non era rabbia quella che provava, anzi. Insomma, erano due dei suoi migliori amici, figuriamoci se non era contento che stessero bene insieme.
Si mangiava le mani perché sapeva benissimo che il suo caso non era disperato, ma di più. Per loro era stato relativamente facile, ma come doveva fare lui? Perché insomma, nessuno poteva dire che non si fosse messo in una strada senza uscita quando all’ottavo anno di scuola, o era il nono, neanche se lo ricordava più, era svenuto nel corridoio ed era stato soccorso da quello che allora era un ragazzino complessato di nome William Bailey, e adesso era il non meno complessato cantante dei Guns n’ Roses, e sex symbol, di nome W. Axl Rose.
Beh, complessato era riduttivo per descriverlo, ma per il momento se lo sarebbe fatto bastare. Che cosa doveva fare? Erano dieci anni o qualcosa del genere che durava. Cioè, non se ne era reso definitivamente conto fino a quando non si erano ritrovati a Los Angeles, mentre stava cercando un gruppo, ma in pratica era quello il tempo. Dieci anni in cui quel mare di capelli rossi, quegli occhi verdi, quel corpo perfetto, quel sorriso meraviglioso gli avevano mangiato progressivamente la testa, prima meno, poi sempre di più, fino ad occupare ogni suo singolo pensiero. Ne avevano passate di ogni tipo. Erano diventati amici, avevano suonato (o meglio, lui suonava e Axl cantava) insieme, aveva visto come il ragazzino spaurito aveva scoperto che suo vero padre non era chi pensava, l’aveva visto dopo che era stato buttato fuori di casa, l’aveva visto partire per Los Angeles senza sapere se sarebbe tornato, l’aveva incontrato di nuovo mentre entrambi cercavano un gruppo, e si era finalmente reso conto di aver perso la testa per quello che ai suoi occhi sembrava una specie di angelo caduto, con una voce che era migliorata anni luce dall’ultima volta in cui l’aveva sentita, un’attitudine da frontman navigato e un’esperienza che aveva acuito tutti i lati caratteristici di quello che una volta era Bill Bailey e adesso era Axl Rose, sia i migliori che i peggiori. Avevano scalato il mondo, erano arrivati in cima, insomma, erano nei Guns n’ Roses; non c’era più nulla che potessero desiderare, teoricamente.
Teoricamente. Perché sapeva benissimo che in realtà nessuno di loro due aveva quello che desiderava davvero. Non ci voleva un genio a capire che il signor Rose non era per niente felice. I cambiamenti e gli sbalzi di umore li aveva sempre avuti, ma mai frequenti come negli ultimi mesi. Riusciva in pochi secondi a passare dalla persona dolce e triste che conosceva, alla ragazzina più viziata della faccia del pianeta, per non parlare delle manie di perfezionismo crescenti che cominciavano davvero a farlo preoccupare.
E la cosa peggiore era che non poteva fare proprio niente.
Ripensò rabbrividendo alla sera di un mese prima in cui aveva avuto la fortuna o la sfortuna di trovarsi in camera sua a provare una canzone, quando aveva chiamato quella che ormai era la sua ex ragazza… la maledetta Erin Everly.
Era stata una scenata che l’aveva spaventato a morte. Oltretutto lei strillava così tanto, quasi più di Axl, che aveva sentito tutto quello che aveva detto.
E lui l’avrebbe uccisa sul serio. Perché per quanto Axl potesse averla trattata male, sapeva che a lei ci teneva più di quanto ci tenesse a fare musica, e non esagerava quando lo diceva. Cazzo, tre secondi prima che chiamasse gli aveva detto che voleva sposarla dopo l’uscita del prossimo disco! E poi che diamine, poteva sforzarsi di prendere un aereo e venire a dirglielo in faccia, no? A quello che gli aveva detto preferiva non pensarci. Solo il ‘dovresti seriamente andare da uno psichiatra’ bastava. Ok, d’accordo, se voleva essere onesto con sé stesso, male non gli avrebbe fatto, ma adesso non ci avrebbe maimesso piede, quindi complimenti, davvero. Se c’era qualcuno che poteva convincerlo era lei, ma con altri mezzi e altre parole. Ma ormai il latte era stato versato. Appena aveva riattaccato, il telefono era finito distrutto contro il muro ed era sicuro che Axl si sarebbe buttato giù da una finestra, se non l’avesse fermato lui. In quel momento si era sentito come se stesse precipitando in un buco nero, ed era un mese che prima di prenotare gli alberghi per la band parlava con il direttore assicurandosi che al cantante venisse data una camera al piano terra o al massimo al primo, che in bagno trovasse solo rasoi elettrici e che possibilmente la camera fosse accanto alla sua. Purtroppo quella volta non ci era riuscito, ad avere la camera accanto, ed era un bel guaio, dato che in quell’albergo ci avrebbero praticamente dovuto abitare per un mese. Pessimo, pessimo, pessimo. E nell’ultimo mese erano riusciti a litigare per le peggiori stronzate.
Come per il nome.
Era riuscito a non parlargli per tre giorni perché l’aveva chiamato Bill e non Axl. Ma Axl l’aveva sempre chiamato Isbell, che diamine, e fino a quel momento era sempre andato bene. Poi aveva capitolato, ed avevano ricominciato ad avere un dialogo civile. Ma era solo un episodio e se continuava così… non osava pensare alle conseguenze. Fino ad ora, nel gruppo si era mantenuto un equilibrio che funzionava, ma era un equilibrio fragile, e se continuava così non sapeva quanto avrebbe retto. Si basava principalmente su quanto riuscisse a tenere Axl con i piedi per terra, e ultimamente era sempre più difficile. Ma poi alla fine lo sapeva che tutto quello che gli serviva non era uno psichiatra; gli serviva (e voleva) quello che a casa sua non aveva avuto. Appunto voleva sposarsi con Erin, perché il suo obiettivo era farsi una famiglia con la ragazza che amava. Così facile a dirsi, così difficile a farsi. Non gli sfuggiva che uno dei periodi in cui l’aveva visto stare molto meglio di quanto fosse solito era quello in cui abitavano tutti e cinque insieme. Una volta Steven aveva fatto una battuta molto, molto stupida. Aveva detto che sembravano la versione rock della tipica famigliola americana; Slash e Duff erano i genitori premurosi, Steven il fratello maggiore, Axl la sorella minore e Izzy lo zio apprensivo. All’epoca nessuno gli aveva rivolto la parola per una settimana dopo quella uscita, ma a ripensarci non aveva del tutto torto. Forse.
Cazzo, se solo avesse avuto una minima possibilità, una sola, avrebbe fatto di tuttoper cercare di farlo felice, davvero. Se avesse potuto vederlo una buona volta in pace con sé stesso, gli sarebbe bastato. E se lui ne fosse stato la causa, sarebbe stato ancora meglio, ma questo era un altro discorso.
Ma che speranze poteva avere con uno come Axl?
Era già un miracolo che fossero rimasti amici dopo tutto quel tempo. Certo, ormai lo conosceva più di quanto sua madre l’avesse mai conosciuto, probabilmente, e sapeva come ci si doveva comportare, con lui. E non avrebbe mai voluto che fosse in nessun altro modo, per quanto potesse essere difficile.
Ma non sapeva proprio che fare… aveva quasi voglia di suonare, ultimamente aveva in testa una melodia che gli piaceva, ma non era sicuro. Voleva vedere come andava al primo piano. Si alzò prima di uscire e prese una mela che stava sul tavolo. Rossa, con qualche sfumatura gialla. Rossa e lucente. Poteva essere come quella di Biancaneve. Forse non era velenosa. Se lo fosse stata… cielo, ma davvero era così andato che una melariusciva a ricordargli Axl? Le diede un morso e uscì dalla stanza continuando a mangiarla.
Sperava di arrivarci senza problemi al primo piano, ma quella a quanto sembrava non era la sua giornata. Infatti per le scale incontrò il signor Steven Adler, il quale era di umore totalmente opposto al suo, a quanto sembrava.
“Izzy!”
“Steve…”
“Allegro come al solito eh?”
“Lascia perdere…”
“Che ci fai in giro a quest’ora?”
“Potrei chiedertelo io. Comunque andavo a vedere come sta Bi… Axl.”
“Capisco… ehi, tu che sei vicino…”
“Sì?”
“I due colombi hanno fatto la pace?”
“Chi, Slash e Duff? Ne dubitavi?”
C’era un’amarezza appena percettibile nel suo tono, ma non sfuggì a Steven, che aspettava solo una conferma alle sue supposizioni.
“Ma come sta adesso?”
“Chi, Axl? Male, come deve stare… ma non farmi queste domande, lo sai benissimo anche tu come sta.”
“Beh, ma tu lo conosci da più tempo, siete molto vicini…”
“Se, magari…”
Izzy continuò a camminare senza rendersi conto di cosa aveva detto, ma Steven era all’erta.
Ormai era sicuro. Perfetto. Adesso doveva solo vedere com’era la storia dalla parte di Axl e se fosse andato tutto come diceva e pensava lui, la sua missione sarebbe stata felicemente conclusa con gioia di tutti.
Rimasero in silenzio fino alla camera del cantante. Steven alzò la mano per bussare quando si sentì un telefono che squillava. Izzy e Steven si guardarono trattenendo il fiato. Avrebbero dovuto togliere il disturbo, ma i presentimenti erano pessimi. Dopo quattro squilli rispose una voce assonnata.
“Sì? Ma lo sai che cazzo di ore… tu? Cosa?”
Breve pausa… ma chi era?
“Senti, non penserai che dopo tutto quello che mi hai detto l’altra volta… ah no, proprio no… lo sai che ti dico? Che sei solo una piccola troia di merda… vattene all’inferno!”
Poi un rumore assordante, come se si fosse rotto qualcosa. Poi un altro simile. Izzy e Steven si guardarono in faccia e decisero di comune e silente accordo di sfidare l’ira funesta che sarebbe nata da un loro ingresso e Izzy aprì la porta, sollevato dal fatto che non fosse chiusa a chiave. E rimasero bloccati sull’ingresso della stanza. Il telefono era sfasciato contro il muro, ma non si era completamente rotto; una luce blu lampeggiava sotto quello che rimaneva della tastiera. Uno specchio a muro era stato fracassato in mille pezzi, a quanto sembrava da un pugno, anzi, sicuramente. Si vedevano le macchie di sangue sui vetri che non erano caduti sul pavimento. Ma di Axl nessuna traccia. Steven corse a controllare in bagno, ma era vuoto.
Rimaneva solo il balcone.
Si precipitarono fuori. Appoggiata al muro c’era una figura fin troppo riconoscibile, con un mare di capelli rossi al vento e una bottiglia di Four Rose in mano, dalla quale stava bevendo abbondantemente. E la mano in cui la teneva grondava sangue.
Izzy fece cenno a Steven di andare in camera a dare una ripulita. Poi si avvicinò ad Axl. La cosa era estremamente delicata da trattare, specie quando aveva una bottiglia che poteva usare come arma… aspettò che la tirasse giù.
Ne aveva bevuto un quarto abbondante. Sperava di fermarlo lì.
“Billy?”
Almeno non era in uno stato in cui si ricordava che non avrebbe dovuto chiamarlo così. Si voltò verso di lui e vide due occhi verdi magnetici ma poco focalizzati puntarsi sui suoi.
“Izz? Che ci fai qui?”
“Che è successo?”
Axl scrollò le spalle e diede un altro sorso alla bottiglia. Izzy, non prevedendo le conseguenze, lo lasciò fare cercando di non farsi distrarre dal fatto che l’altro aveva indosso solo un paio di jeans.
“Quella… quella figlia di puttana di Erin ha richiamato… dice che ci ha ripensato e che voleva riprovarci… certo come no, dopo quello che ha detto l’altra volta… dico bene?”
“Mh certo…” Se era andata così non doveva sforzarsi troppo per dargli ragione.
“Donne. Tutte sciacquette, non ce n’è una che in fondo non sia stronza come tutte le altre.”
Su quello era meno d’accordo, ma come si diceva… bisognava assecondare.
“Certo ma… che ne dici di dare un’occhiata a quella mano?”
“Mano?”
Axl la guardò stupito. Sembrava che non si fosse neppure accorto che si vedesse più sangue che pelle. E Izzy si stava mettendo paura, perché tutto quel rosso contro il bianco della mano… era profondamente disturbante. Axl improvvisamente buttò la bottiglia mezza piena nel giardino interno dell’albergo, ma era tutto vuoto, quindi Izzy non se ne preoccupò troppo. Prese il cantante per il braccio cercando di non tirare troppo violentemente, ma si rivelò una precauzione inutile perché non gli venne opposta resistenza. Stupendosene, diede una rapida occhiata alla stanza. Steven aveva buttato il telefono e stava raccogliendo i vetri dello specchio. Ne spostò dalla sua strada un paio che potevano rischiare di finire sotto i piedi nudi di Axl. Arrivato in bagno, lo fece sedere su uno sgabello vicino alla finestra e andò a prendere la cassetta del pronto soccorso. Una volta trovata, tornò da Axl e gli mise la mano sotto l’acqua fredda. Il ferito fece una smorfia di dolore, ma non protestò e non disse niente. Era troppo strano. In condizioni normali, ubriaco o sobrio, avrebbe protestato, eccome se avrebbe protestato. Invece niente… non sapeva quanto doveva esserne contento. Non dissero una parola mentre gli disinfettava i tagli e nemmeno mentre gliela fasciava. Axl aveva appoggiato la testa al muro e teneva gli occhi chiusi, ma Izzy lo sapeva benissimo che non stava dormendo. Anche se effettivamente non avrebbe fatto un cattivo affare andando a letto. Alzò la mano per sfiorare quella guancia perfetta, ma la lasciò cadere. Non poteva rischiare troppo. Stava per farlo rialzare di nuovo quando Axl riaprì gli occhi e inclinò la testa a sinistra.
“Ma alla fine aveva ragione lei. Non me la merito… non me la sono mai meritata.”
Izzy si rese conto che quasi lo preferiva quando litigavano, che non in quella specie di autodistruzione. Perché non era davvero da Axl essere così giù, e vederlo in quello stato lo faceva solo stare malissimo. Guardò fuori nella stanza. Steven se ne era andato… allora passò una mano intorno alla vita di Axl cercando di controllare i pensieri che una simile posizione gli procurava, portò il braccio del cantante sulla sua spalla e lo sollevò dalla sedia portandolo verso il letto.
“Non è vero e lo sai benissimo. Ma perché non ci dormi un po’ su? Domani la vedrai meglio…”
“Ma come ha potuto dirmi che non ho mai avuto bisogno di lei quando da me ha preso tutto?”
Izzy si sentì morire. Ma si rendeva conto di quello che aveva fatto, quella lì? No, probabilmente no. Scostò le coperte del letto con la mano libera e dopo che si furono seduti sul bordo scoperto del materasso, mandò le sue remore a quel paese e lo abbracciò, più forte che poteva, fino a quando sentì il corpo teso del cantante rilassarsi contro il suo, e il respiro diventò più regolare. Si staccò a malincuore, decise di lasciare i jeans dove erano, lo fece entrare bene o male sotto le coperte e rimase per qualche secondo ad ammirare la distesa rossa che si era sparsa sul cuscino. Poi entrò in bagno per rimettere a posto la cassetta del pronto soccorso, ma appena aprì l’armadietto vide qualcosa che non aveva notato prima.
Una pila di una decina di confezioni di Prozac, di cui una aperta e quasi finita.
Era impossibile che gliele avesse prescritte qualcuno.
Non ci pensò due volte. Prese tutte le scatole e le buttò nella spazzatura. Poi uscì dal bagno e guardò di nuovo il letto e il suo occupante, ignaro del fatto che qualcuno li stava guardando dall’ingresso della stanza…
Spostò una ciocca rossa e sospirò, parlando a non sapeva bene chi o cosa.
“Perché lo fai? Perché mi fai questo?”
E poi successe l’impensabile. Axl incominciò a girarsi nel sonno, e Izzy sentì chiaramente qualcosa che mai e poi mai avrebbe immaginato nei suoi sogni più improbabili.
“Mh… Izz… dove sei? Mh… io… ti amo…”
Izzy corse fuori dalla stanza precipitandosi giù per le scale.
E Steven, che era sempre stato a lato della porta, era al settimo cielo.
Non credeva che potesse andare cosìbene.
Chiuse la porta e con molta calma andò verso la camera di Izzy.
Non poteva essere.
Ma era stato.
Cazzo, cosa faceva ora? Izzy chiuse la porta della camera, corse a prendere la chitarra acustica nell’angolo e andò a sedersi sul letto. O suonava, o impazziva.
E mentre cercava di suonare una melodia su cui rimurginava da tre settimane, pensava.
L’aveva detto.
Certo, stava dormendo, ma l’aveva detto.
Si sentiva improvvisamente più leggero. Certo, sarebbe stata una strada tutta in salita, ma era sicuro che se aveva capito bene, aveva avuto la sua possibilità. E con un minimo di pazienza potevano farcela sicuramente e…
Pazienza?
Ma certo…
Posò la chitarra, corse a prendere un foglio e una penna dal tavolo e iniziò a scrivere di getto.
Said woman take it slow, it'll work itself out fine, all we need is just a little patience
Said sugar make it slow, and we'll come together fine, all we need is just a little patience...
Perchè no? Cielo, si sentiva talmente felice che voleva esplodere. Si ritrovò ad asciugarsi una lacrima che gli era scesa inavvertitamente. Ma perché non continuare? Riprese la chitarra e suonò un altro poco. Quando ne fu soddisfatto, scrisse gli accordi alla migliore e tornò al testo.
E gli venne in maniera stranamente facile.
Shed a tear 'cause I'm missing you, I'm still alright to smile
I think about you every day now
Was a time when I wasn't sure, but you set my mind at ease
There is no doubt you're in my heart now
E poi... sì, ci poteva andare il ritornello... avrebbe fatto così e…
La porta si aprì di colpo e Izzy potè solo nascondere il foglio con il gomito mentre Steven si avvicinava.
“Cos’è?”
“Fatti miei.”
“Daaaai, cos’è?”
“Cristo, che… una canzone, ok?”
“Fai vedere.”
“No! Cioè, ancora non…”
“Guarda che lo so che parla di Axl.”
L’espressione di Izzy in quel momento, un misto di stupore e sconvolgimento totali, era impagabile.
“Vi ho sentiti prima… e diciamo che sospettavo da un po’…”
Izzy capitolò e gli passò il foglio, mentre il suo colorito diventava sempre più simile a quello di una fragola matura.
“Tu me la fai sentire.”
“Ah, NO. Questo MAI.”
“Certo, perché tu non sai cantare? Muoviti!”
Izzy si chiese perché lo faceva. Ma lo fece, almeno per vedere se andava. E andava, eccome.
Dopo un’ora, Steven decise che forse era meglio andarsene a letto e Izzy lo accompagnò fino alla sua camera, due piani più sotto. Poi guardò l’orologio. Erano le cinque di notte… e che notte. Andò a sedersi sfinito sulle scale, davanti ad una finestra dalla quale si vedevano le ultime stelle del mattino. E decise di continuare, il momento era buono e non aveva per niente sonno. Quindi… beh, poteva andare sui fatti realmente accaduti no?
I’m sitting here on the stairs ‘cause I’d rather be alone
If I can’t have you right now, I’ll wait, dear...
D’altronde non aveva fretta. Voleva che non avesse fretta neppure lui, e ormai aveva aspettato dieci anni, poteva aspettare un altro poco, no?
Sometimes I get so tense, but I can’t speed up the time…
Voleva che arrivasse il giorno dopo, assolutamente. L’avrebbero provata, e sperava che capisse…
You know love, there’s one more thing to consider…
Take it slow and it’ll come together fine, you and I’ll just use a little patience
Said, sugar, take the time, ‘cause the lights are shining bright...
Già. Stare in un albergo fuori città era una cosa splendida, le stelle si vedevano perfettamente. Peccato che fosse da solo a vederle.
Ma sperava di rimediare il più presto possibile.
You and I got what it takes to make it, we won’t fake it
Oh, never break it, ‘cause I can’t take it...
Non ce l’avrebbe fatta, se fosse andata male. Posò la penna, per ora poteva bastare. Si alzò e tornò in camera ignorando i rumori fin troppo conosciuti che provenivano da quella di Slash e Duff.
Qualche ora dopo…
Axl aprì gli occhi disturbato dalla luce del sole che filtrava dalle persiane. Si tirò su e guardò l’orologio… accorgendosi che erano le tre di pomeriggio e le prove per quel giorno erano alle due…
Lanciò qualche non ben definita maledizione e uscì dal letto dirigendosi verso il bagno. Ma perché era andato a letto con i jeans?
In un secondo gli tornò in mente la sera prima, tutto insieme.
La telefonata, Erin, lo specchio, il telefono, la bottiglia e Cristo non sapeva che altro.
Si chinò sul lavandino e vomitò per venti minuti buoni.
Poi si diede una sciacquata alla bocca e aprì l’armadietto. Aveva davvero bisogno di un paio di… rimase con la mano bloccata. Tutte le scatole di Prozac erano sparite. Chi poteva essere stato a…
Ma certo, Izzy. Ora che ci pensava, gli avvenimenti della sera prima erano sempre più chiari nella sua testa. E giunse rapidamente, anche se non l’avrebbe mai ammesso neanche sotto tortura, alla conclusione che se non ci fosse stato Izzy, probabilmente sarebbe rimasto a morire dissanguato sul balcone. Probabilmente si era accorto delle pillole e le aveva buttate… avrebbe dovuto incazzarsi, ma dopo quello che era successo non ci riusciva. Cazzo, erano mesi che non si sentiva così dannatamente male. Appunto voleva il maledetto Prozac… ma non c’era niente da fare a quanto sembrava. Uscì dal bagno e prese un paio di fragole dal cesto sul tavolo.
Izzy… uno dei motivi per cui da Erin non ci sarebbe tornato mai. La stronza l’aveva già fatto soffrire come un cane, e se doveva ripensarci, avrebbe dovuto farlo prima, molto prima. Ma il fatto era un altro. Da quando quella figlia di puttana l’aveva lasciato, si era imposto di non pensare più a lei. E ci era anche riuscito, in maniera sorprendentemente facile. I suoi problemi derivavano da qualcos’altro, cioè da quello che aveva preso il posto di Erin nei suoi pensieri, e che alla fine era lì da dieci anni, mai invadente, ma pronto a prendere lentamente il posto che gli spettava.
E la cosa lo spaventava, perché quel qualcos’altro, era in realtà qualcun altro.
Il maledetto Isbell.
Non sarebbe dovuto essere così. Cazzo, a lui piacevano le ragazze, gli erano sempre piaciute, non capiva come si potesse andare con un uomo quando al mondo ce ne erano così tante, così belle, e infatti Duff e Slash fino a poco tempo prima non li aveva capiti. Quando c’era una bella ragazza con te, avevi tutto, no?
Invece no, perché nessuna ragazza, nessuna Erin, nessuna groupie che avrebbe potuto avere con un semplice cenno, riusciva a capire di cosa aveva bisogno limitandosi a guardarlo in faccia, nessuna riusciva a tirarlo su meglio di quanto il Prozac avrebbe mai potuto fare, nessuna dava segno di essere capace di stare permanentemente con lui, nessuna riusciva a sopportare tutte le sue manie (che si rendeva perfettamente conto di avere ma per le quali non era capace di fare niente), con nessuna di loro era riuscito a scrollarsi di dosso le cazzate da sesso-droga-e-rock-n-roll, nessuna aveva sempre un sorriso da regalargli, e non c’era nessuna con cui stava bene come stava bene con Izzy. Erano i pochi momenti in cui si sentiva in pace con il resto del mondo, e per quanto non volesse ammetterlo, niente gli faceva aumentare la frequenza cardiaca come vedere quegli occhi dolcissimi, sentire la sua voce, vederlo mentre suonava, e scordarsi momentaneamente di tutta la merda con cui aveva a che fare.
Era sicuro di averlo sognato l’altra notte… che diamine, non sapeva cosa cazzo combinare e…
“Isbell, perché mi fai questo?”
E improvvisamente sentì nella sua testa una voce conosciuta.
“Perché lo fai? Perché mi fai questo?”
Certo, lo doveva aver detto l’altra sera, probabilmente l’aveva sentito nel sonno, ma… era sicuro che in quel momento stesse facendo uno dei soliti sogni che lo tormentavano da quando stava ancora con Erin, quelli in cui c’erano lui e Izzy da soli in una stanza, improvvisamente il chitarrista si alzava e lo baciava senza dire niente, e per la prima volta si sentiva completamente felice, per poi svegliarsi ogni volta più frustrato.
Non aveva mica parlato?
Sperava di no…
Si diede una pettinata ai capelli, cambiò i jeans, si infilò una maglietta degli Aerosmith, la prima cosa che gli era capitata sottomano, sistemò i capelli sotto una bandana verde, salì all’ultimo piano, dove avevano pagato una camera insonorizzata per fare le prove, e aprì la porta senza bussare.
Duff stava su uno sgabello e aveva in mano una chitarra acustica, e non li basso… strano. Steven era sdraiato sul divano fumando uno spinello (evidentemente la batteria in quella canzone non serviva), Slash era seduto su una poltrona con in mano un’altra chitarra acustica, dritta come al solito, e indosso solamente i jeans e il cappello. E ad Axl quell’abbigliamento sapeva più di Duff che di Slash, ma lasciò correre, aveva visto molto di peggio. Izzy invece era seduto per terra a gambe incrociate, più o meno in lui, anche lui con l’acustica in mano, e stavano discutendo, a quanto pareva. Al momento del suo ingresso, stava parlando Duff.
“Per me all’inizio dovrebbe andare più piano e… ah, ciao. In orario, eh?”
“Vaffanculo, McKagan.”
“Allegro oggi, eh?”
“Che state combinando?”
Steven tirò una boccata e si voltò verso di lui.
“Izzy stanotte ha scritto una canzone fantastica…”
“Steve, non esagerare!”
“Ma zitto, che ti sai solo autosvalutare, tu. dicevo, la stanno provando, ma è acustica e quindi io non servo.”
“Ah… va bene… ma il testo?”
“Ci ha pensato sempre il genio di turno, ma ancora non l’ha tirato fuori.”
Slash suonò qualche accordo a casaccio. Nel frattempo si era acceso una sigaretta e ne aveva tirate almeno tre boccate.
“E certo! Meglio decidersi con la musica, prima. Duff, dicevi più lenta all’inizio?”
“Sì.”
Izzy scrisse qualcosa su un foglio lì accanto e si voltò di nuovo verso Duff.
“Allora, proviamo così, inizio più lento, entra prima Slash, poi tu e poi io. Dai il tempo?”
“Va bene. Pronti? Al quattro… uno… due… uno, due, tre, quattro…”
Appena iniziarono a suonare, Axl rimase pietrificato. C’era qualcosa che non andava col tempo o con l’ordine in cui stavano suonando quei tre, ma era bellissima, cazzo. Niente da dire, Izzy aveva avuto un colpo di genio.
Evidentemente c’erano dei problemi con l’introduzione, e infatti la provarono almeno altre cinque volte cambiando qualcosa ad ogni giro, e rimanendo sempre insoddisfatti.
Forse a Steven bastava la canna per non annoiarsi a morte, ma lui si stava seriamente rompendo le palle, specie perché neppure si degnavano di fargli vedere il testo.
“Per quanto cazzo ne avete ancora, voi tre?”
Slash si sistemò il cappello e gli rispose.
“Non lo so. Se proprio non hai un cazzo da fare, fischia.”
Era una battuta, ma Axl la prese sul serio. Tanto l’aveva capito come andava… intanto però anche Duff era dello stesso avviso.
“Ragazzi, seriamente, ha ragione lui, stiamo provando solo l’introduzione da qualcosa come un’ora e mezza. Facciamola un’altra volta e come viene, viene.”
“Già”, continuò Izzy, “bisognerebbe provare anche il resto. Va bene, questa è l’ultima. Slash, tu entra qualche secondo dopo Duff, e io per terzo. Duff, dai ancora il tempo?”
“Certo. Al quattro di nuovo… uno… due… uno, due, tre, quattro…”
Axl li aspettava al varco. Appena entrò Slash, cominciò a fischiare sul ritmo della canzone con una calma invidiabile, ma pochi secondi dopo i tre smisero di suonare e lo fissarono con gli occhi sgranati. Izzy sembrava illuminato…
“Porca puttana, è geniale…”
“Eh? Cosa?”
Duff si unì al chitarrista.
“Diavolo, è perfetto. Sei un genio, quando vuoi.”
“Solo quando vuole però…” aggiunse Slash, con un sorrisino malefico.
“Ehi!”
“Va bene, tesoro, va bene, non lo faccio più…”
“Bravo. Allora, riproviamo tutti e quattro. Noi tre, come prima. E tu fischiala tutta. Pronti? Al quattro, solito. Uno… due… uno, due, tre, quattro…”
E l’introduzione filò liscia come l’olio, con grande soddisfazione di Slash.
“Splendido! Stradlin’, tira fuori il rimanente. E dai il testo ad Axl, altrimenti ci uccide tutti…”
“Idiota…”
L’espressione di Duff non coincideva per niente con quello che aveva detto. Si sporse verso la poltrona, che era vicino allo sgabello, sfiorò le labbra di Slash con le sue e tornò al suo posto.
Ma per Izzy era arrivato il momento della verità. Era deciso ad andare fino in fondo, e a quel paese il resto. Steven lo guardò e gli fece un cenno di assenso, mentre Slash e Duff ridacchiavano. Già sapevano tutto, Steven non era tipo da sapere tenere i segreti, e volevano solo vedere come andava. Izzy posò la chitarra per terra, si alzò e tirò fuori dalla tasca un foglio piegato. Poi si avvicinò ad Axl e glielo mise in mano guardandolo in faccia.
Doveva dirlo…
“Ehi… ieri sera… ti ho sentito…”
Poi si girò e tornò verso la chitarra.
L’aveva sentito? Cosa aveva… poteva essere che…
Aprì il foglio con la mano che gli tremava. Più leggeva, e più gli si sgranavano gli occhi; ad un certo punto si portò la mano alle labbra. Quando finì, si sentiva totalmente stranito.
Doveva… doveva pensare.
Abbassò la testa e uscì dalla stanza, mentre Izzy scosse la sua.
“Lo sapevo…”
Duff si alzò, appoggiò la chitarra al muro e gli mise una mano sulla spalla.
“Dai Izz, vado a parlarci. Scommetto che è solo un po’ sottosopra… torno tra poco, mh?”
“Va bene… speriamo.”
Duff uscì dalla stanza seguendo Axl, e se gli occhi di Slash fossero stati visibili avrebbero avuto un’espressione che ha solo chi prevede tutto e sa già come andrà a finire. Poi si alzò e andò da Izzy.
“Amico, non buttarti giù. Guarda che parli del signor Axl Rose, non di chiunque. Permettimi di dirti che hai gusti masochisti.”
Il chitarrista non riuscì a trattenere una risata.
“Cosa devo dirti, a te è andata meglio, a quanto pare.”
“Oh, infinitamente.”
Izzy guardò attentamente il volto di Slash, che aveva momentaneamente scostato i capelli. Niente da fare, erano proprio innamorati persi. Steven intanto aveva finito lo spinello e aveva buttato quello che ne rimaneva nel cestino.
“Beh, intanto che McKagan fa la posta del cuore, perché non ci fai sentire come prosegue?”
“Va bene…”
Izzy tornò alla chitarra e cominciò a suonarla tutta. E intanto Slash sorrideva nostalgicamente pensando a quando erano stati lui e Duff a mettersi insieme tre anni prima.
Ricordi che avrebbe conservato per sempre, senza dubbio.
Era un giorno di fine gennaio dell’ottantacinque. Erano due mesi che dividevano tutti e cinque la casa, eh, bel periodo, duro, certamente, ma proprio bello. Quella mattina, quando si era svegliato, aveva trovato una camera gelida, quasi più che fuori.
D’altronde fuori c’erano almeno quindici gradi sottozero.
Si guardò intorno stranito. Steven stava dormendo nel secondo letto della stanza. Il terzo doveva essere occupato da Duff, ma era vuoto. Axl e Izzy stavano nell’altra stanza da letto di quella reggia, composta anche da una cucina e da un bagno in comune con tutto il resto del palazzo. Al loro meraviglioso cantante era venuta l’idea geniale di prendersi l’influenza e quindi Izzy stava facendo la crocerossina da una settimana. Si alzò mandando maledizioni, si infilò un maglione pesantissimo sopra i jeans, e battendo i denti si avviò in cucina. Erano le sei di mattina o qualcosa del genere, e doveva mangiare qualcosa… assolutamente. Ma quando entrò nella sala dove tenevano gli strumenti, in un angolo della quale c’era la cucina, si trovò davanti ad uno spettacolo che non si sarebbe aspettato. Duff, che aveva indosso un maglione orribile pesante quando il suo, stava inginocchiato in un angolo sopra un fornellino elettrico, sul quale stava tenendo una pentola dalla quale usciva un forte odore di cioccolata fondente, e un cartone di latte accanto. Non si era pettinato i capelli e una massa bionda con un po’ di ricrescita gli cadeva sulle spalle e intorno al viso.
“Duff? Che succede?”
“Non sai le ultime notizie.”
“Quali ultime notizie?”
Gli ultimi cinque giorni li aveva passati fuori casa in giro per case discografiche indipendenti con una demo…
“Beh, per farla breve, lo sai che Axl si è ammalato.”
“Certo.”
“Quindi sai che Izzy ha saltato il suo turno per pulire la casa.”
Lo aveva immaginato. Avevano stabilito dei turni per i quali, in ordine alfabetico, ogni lunedì, giovedì e domenica uno di loro metteva a posto tutto. Ad Axl non andava giù, ma si era dovuto adattare.
“Ma anche Axl l’ha saltato, stando male. Quindi nell’ultima settimana ho fatto solo io, praticamente.”
“Cazzo, mi spiace…”
“Nah, figurati, ma ieri ho mandato Steven al supermercato per fare la spesa.”
“Steve a fare la spesa? Ma è un suicidio!!”
“Me ne rendo conto, ma non avevo la forza fisica. E ha preso un chilo di cioccolata fondente, che non si capisce chi mangi qui, e del latte che scade domani.”
“Latte? Ma io non ne prendo, tu neanche, Izzy non mi pare ci sia mai impazzito e ad Axl non farebbe bene…”
“Diglielo a lui… quindi alla fine ho deciso di fare un po’ di latte e cioccolata per la colazione…”
Slash sorrise scuotendo la testa. Si vede che a forza di essere l’unico in grado di cucinare qualcosa di commestibile, Duff stava sviluppando il suo lato casalingo. E non sapeva se esserne preoccupato o no…
“Ma chiaramente le bollette di gas e riscaldamento scadevano ieri.”
“Non avevamo fatto la colletta per pagarle?”
“Certo, ma doveva andarci Izzy.”
“Non mi dirai che…”
“Esatto, non ci è andato. Quindi ora siamo senza riscaldamento, e questo fornello è la nostra unica fonte di calore e di fuoco per la cucina. Interessante eh? E oltretutto mi sta anche venendo male, porca puttana…”
Cielo. Slash si abbassò a dare un’occhiata.
“Fai vedere… la faceva sempre mia madre, secoli fa, magari mi ricordo… e certo, la tieni troppo alta la fiamma! Certo che si scioglie male…”
Il chitarrista abbassò la fiamma al minimo.
“E mescola piano.”
“Ok… grazie.”
“Prego. Ma il latte lo metti freddo?”
“E dove lo posso scaldare?”
“Non c’era un altro fornello da qualche parte?”
Slash iniziò ad aprire gli armadietti sopra il lavandino e vide che si ricordava bene. C’era il secondo fornello. Attaccò la spina, prese una pentola, versò il latte e a dirla tutta si sentiva ridicolo a fare una cosa del genere. Si erano mai visti dei componenti di un gruppo rock che facevano latte e cioccolata alle sei di mattina? Giusto Duff poteva avere idee del genere. Quando fu bollente, chiamò dalla parte del bassista.
“Ehi, come va?”
“Benissimo, si è sciolta tutta.”
“Allora arrivo.”
Spense il gas, prese la pentola in mano e andò a inginocchiarsi dietro al bassista.
“Ehi, io però non l’ho mai fatta… cazzo, come si mescolano?”
“Fermo lì. Prendi questa…”
Slash gli passò la pentola dalla parte destra. Diavolo, perché Duff doveva essere mancino e mescolare con la sinistra? Beh, si sarebbe arrangiato. Mentre il bassista iniziava a versare, improvvisamente gli prese la mano sinistra col cucchiaio in mano, appoggiò la testa nell’incavo del suo collo e cominciò a mescolare. Credeva che Duff gi avrebbe dato un pugno, ma non lo fece, anzi. Continuarono a mescolare finché il latte non fu finito. In quel momento pensò una cosa assurda. Era strano vedere la mano pallida di Duff che versava il latte in un mare di cioccolata nera, che più latte riceveva, più diventava di colore simile a quello della sua, di mano. E facevano davvero un bellissimo insieme, latte e cioccolata. Chissà se… no, cosa andava a pensare… era già un po’ di tempo che aveva idee del genere, e non sapeva cosa significavano… ma intanto il latte era finito, e Duff aveva spento il gas.
“D’ora in poi cucini tu.”
“Neppure morto, è l’unica cosa che sapevo fare.”
Il bassista sorrise.
“Che ne dici di provarla?”
“Prima tu.”
Duff annuì e con lo stesso cucchiaio con cui aveva mescolato ne prese un poco. Ma allontanando il cucchiaio dalla bocca si sporcò leggermente l’angolo delle labbra.
“Cazzo…”
Fece per pulirsi con il dorso della mano, ma Slash lo fermò d’istinto. E sempre di puro istinto, avvicinò le sue labbra all’angolo di quelle di Duff per poi leccare via la cioccolata.
Duff lo guardò totalmente stupito.
Ma non era schifato, no.
Sembrava… speranzoso?
“Slash. Fermo. Ora dimmi una cosa. Sinceramente.”
“Cosa?”
“Mi stai prendendo in giro o no?”
Cosa doveva rispondere?
Tanto valeva dire la verità.
“No. Non so perché l’abbia fatto così e ora, ma ci pensavo da un po’ e…”
Non disse nient’altro. Si ritrovò le braccia del bassista intorno al collo, e la bocca inondata dal sapore di latte e cioccolata.
La cosa più buona del mondo, probabilmente.
Slash si rese conto che probabilmente aveva un sorriso idiota stampato in faccia, ma non gliene importava niente. Ah, quasi rimpiangeva i primi tempi… ma suvvia, non era ora di rimurginare. Voleva proprio vedere che facevano Axl e Izzy. Gli ricordavano i suddetti primi tempi, quando ancora non capivano del tutto cosa c’era tra loro… difficili, ma era stato così bello… e ora si sentiva quasi una specie di veterano.
D’altronde tre anni non sono una sciocchezza.
Intanto, lungo il corridoio, una figura in pantaloni di pelle e maglietta dei Ramones andava cercando un certo cantante. Dove cazzo era finito Axl? Doveva parlarci ora prima che succedesse qualsiasi cosa… lo vide che scendeva le scale e lo rincorse, fino al primo piano… matematico, si era chiuso in camera. Rallentò e si avvicinò con calma alla porta.
Diamine.
Cosa… cosa… cosa voleva dire?
Axl chiuse la porte della camera sbattendola violentemente e gettandosi a sedere sul letto.
Allora.
Respira, respira, respira.
Bene. Quando ebbe recuperato un minimo di calma, tirò fuori il foglio con il testo e lo rilesse.
Aveva detto che l’aveva sentito.
Ma cosa poteva essersi fatto sfuggire in so…
Porca puttana. Aveva detto “Izzy ti amo”. Ora ne era sicuro.
Riprese a leggere febbrilmente.
Mi manchi… Penso a te ogni giorno… Mi hai rassicurato… Non c’è dubbio, ora sei nel mio cuore… Prenditela con calma e si risolverà tutto… Se non posso averti ora aspetterò… Io e te abbiamo quello che serve per farcela… Non fingeremo…
Santo cielo, davvero pensava quello di lui? Non riusciva a capacitarsene. Ecco, un altro scherzo del suo maledettissimo cervello. Adesso sarebbe dovuto essere al settimo cielo, no? Avrebbe dovuto correre fuori da quella fottuta stanza e andare da Izzy, e invece no, eccolo lì che non ci riusciva. Dannazione, aveva passato talmente tanto tempo ad autocommiserarsi che ora non era capace di fare niente. E se andava male? Con Erin aveva pensato di aver trovato Lei. Per Lei intendeva la donna della sua vita, quella con cui dividi tutto nel bene e nel male, con cui potersi sistemare, finalmente… ed era finita come era finita.
Sapeva per certo che con Izzy c’era molto di più che non con Erin, di questo se ne rendeva conto. Ma se fosse riuscito a mandare all’aria anche quello? Ci avrebbe sofferto peggio di prima, e solo per colpa sua. Cazzo, si sentiva fuori dal mondo, non capiva più niente, non sapeva cosa doveva fare, sapeva che per Izzy mettersi con lui sarebbe stato un suicidio, forse fino ad ora l’aveva sopportato ma una volta attraversato il fiume sarebbe stato molto peggio… sentì una lacrima scendergli lungo il viso, e poi un’altra. Possibile che riuscisse a trovare del negativo anche nelle cose positive?
E poi si sentì qualcuno bussare alla porta.
“Vattene.”
“Non sai nemmeno chi sono.”
“Duff, non ora.”
“E invece sì.”
Il bassista aprì la porta ed entrò nella stanza. La prossima volta doveva ricordarsi di chiuderla. E appena lo vide… ehi, perché sembrava incazzato nero?
Non fece in tempo a rispondersi che sentì uno schiaffo bruciargli sulla guancia.
“Che cazzo fai?”
“Ma che cazzo fai tu, piuttosto! Santo cielo, sembri davvero una ragazzina di quattordici anni!”
“E chi sei tu per dirmelo?”
“Uno che ha capito che ti stai rovinando con le tue strafottutissime mani!”
“Parli tu! Perlomeno…”
“Adesso non andare a mettere di mezzo me e Slash…”
“Ma guardatevi… come cazzo fate!”
“Lo facciamo perché ci mettiamo un minimo di buona volontà per farla funzionare, la nostra bella relazione! Ma che cazzo, ti ha praticamente detto che ti ama, si vede lontano un miglio che hai occhi solo per lui…”
“Ehi!”
“Zitto, che è vero… dicevo, lo ricambi e che fai, scappi?”
“Beh, dopo un bel po’ di esperienza, perdonami se…”
“No, non ti perdono niente, perché se continui a piangerti addosso non arriverai da nessuna parte, e lo sai. Credi che nessuno abbia problemi? Credi che io e Slash non abbiamo mai litigato? Ma se non ti sforzi un minimo e neanche ci provi cosa pretendi, che il mondo cada ai tuoi piedi? Ti dirò, se butti questa occasione al vento, sarà molto difficile che ne avrai un’altra.”
“Mi sembra tutto così sbagliato…”
“Porca puttana, sei incorreggibile… a volte uno trova una donna, a volte un uomo. Che problema c’è? Tanto non devi certo andarlo a dire alla stampa, se è questo che ti preoccupa. Cazzo, né io né Slash siamo andati a dirlo, stiamo insieme da prima di incidere Appetite, e lo sa solo chi deve saperlo. Non fare la principessa sul pisello, ti dico.”
Axl voleva tanto ribattere, ma si rese conto di non avere parole. Porca puttana. A pensarci seriamente… aveva ragione Duff… certo che era incorreggibile, eh?
“Allora, l’hai capito finalmente? Tenterai di fare le cose sul serio stavolta?”
“Io… ci proverò…”
“Gli dico di scendere. E considerati fortunato.”
“Eh?”
“Uno come Izz non è facile da trovare.”
Poi Duff tornò verso la rampa e Axl rimase voltato verso la finestra.
Aveva ragione… valeva la pena di provarci… poteva essere la volta buona.
Duff aprì la porta della stanza e Izzy smise di suonare saltando praticamente in piedi.
“Allora?”
Duff sorrise e scosse la testa.
“Gli ho fatto una strillata degna della peggiore madre incavolata, ma dovrebbe aver chiare in testa un paio di cose. Vai, ti aspetta in camera sua.”
“Grazie mille. Ma come fai?”
“Tsk, ci sarà un motivo per cui tra Duff e McKagan c’è Rose, no?”
“Ehe, può darsi…”
Izzy uscì dalla stanza. Steven guardò Duff.
“Allora?”
“Steve, è cosa fatta.”
“Ottimo. Mh, penso che andrò a farmi un giro.”
“A dopo allora.”
Il batterista uscì dalla stanza e Duff riportò il suo sguardo su Slash, che stava suonando il riff di sweet child o mine sull’acustica.
“Ma piantala. D’accordo che è una bella canzone, ma adesso ho idee migliori.”
“Anche io, effettivamente.”
Duff andò ad accomodarsi sulle gambe di Slash, che fu ben contento di passargli le mani intorno alla vita.
“Sai cosa pensavo?”
“Cosa pensavi?”
“Sono così carini. Mi ricordano noi tre anni fa.”
“Ehe, vero. Ma sinceramente preferisco la forza dell’esperienza, caro mio. Gli inizi sono troppo stressanti.”
“Mh, devo concordare. Duff?”
“Sì?”
“Ancora non capisco come abbiamo fatto a finire così, ma se sapessi quanto ne sono contento…”
“Stesso qui. Mai fatto un affare migliore in vita mia. Signor Hudson, lo sai benissimo che ti amo.”
“Anche io, caro signor McKagan. Anche io.”
E si baciarono ancora, e ancora.
Niente da fare, dal tempo della cioccolata con il latte non era cambiato niente.
Izzy arrivò alla porta e aprì senza bussare. Probabilmente se lo aspettava, quindi che bisogno c’era? Axl era girato dall’altra parte, ma si voltò dalla sua appena lo sentì entrare.
Però. Non ci aveva fatto caso, ma tra quei jeans neri stretti, e quella maglia rossa che gli andava larga, stava bene, davvero bene. Non aveva indosso i soliti occhiali odiosissimi… e appena lo guardò in faccia vide che faceva sul serio.
Era una specie di sogno che si avverava?
Si avvicinò al chitarrista, anche se gli tremavano le gambe. Non sapeva che fare. Sperava che fosse Izzy a farsi venire in mente qualcosa, perché lui proprio non aveva idea.
Izzy, da parte sua, decise che era ora di smettere di tentennare, o non sarebbero arrivati da nessuna parte. Si avvicinò anche lui, portando i loro corpi a distanza di centimetri, poi appoggiò una mano sul fianco del cantante e una sulla sua guancia. E poi guardò in quelle pozze di verde che aveva al posto degli occhi, che sembravano confuse, ma anche.. speranzose, o che… e lucide, ma quello lo sospettava.
“Cosa… cosa avevi sognato l’altra sera?”
Axl era stanco di fingere. E poi che pericolo c’era? Che lo respingesse?
Ma perché andava a inventarsi le cose anche quando non c’erano?
“Questo…”
Poi avvicinò delle labbra perfette ma tremanti a quelle di Izzy, facendo poco più di un contatto leggero per poi ritrarsi mordendosene una. Il chitarrista sorrise e girò di nuovo la faccia di Axl verso la sua, così da poterlo guardare direttamente.
“Ma di che hai paura?”
“Io no… non lo so, non lo capisco… è che mi sembra… cazzo è troppo bello per essere vero, sono sicuro che tra poco mi sveglierò e scoprirò che ho sognato tutto… non ce la faccio proprio a vedere facilmente le cose eh?”
“Beh, non le vedi facilmente da quando avevi quattordici anni o quello che erano, non ci ho mai contato troppo. Se… se… insomma, se lo vuoi… proviamo?”
“Io… sì, assolutamente sì…”
A Izzy bastò quello. Lo strinse più forte e si chinò sulle labbra di Axl baciandolo sul serio. Cazzo, aspettava quel momento da dieci anni, non sarebbe stato lui a rovinarlo. Aveva iniziato piano, ma poi un paio di mani si posò dietro la sua testa, spingendolo il più possibile, e appena Axl gli lasciò libero accesso schiudendo le labbra la faccenda si fece più appassionata, più veloce, fino a quando si accorse che il cantante gli stava quasi mordendo le labbra per la foga, ma sinceramente per quanto lo riguardava poteva pure fargliele sanguinare, e ne sarebbe stato felice lo stesso.
Non pensava che fosse così. Mai, mai e maiaveva provato qualcosa del genere per un semplice bacio. Non si ricordava di ex fidanzate, non si ricordava della vita schifosa dell’Indiana, non si ricordava di quando era arrivato a Los Angeles con due dollari in tasca, non si ricordava del Prozac, dello stress, di Erin, di nulla. Voleva solo una cosa, anzi una persona, ed era lì, e sembrava che volesse fare di tutto per fargli capire che poteva funzionare, e sì, doveva funzionare, poteva funzionare, e forse Lei non era Lei ma Lui… e sì, l’aveva trovato.
Quando si staccarono riuscirono solo a sorridersi come due cretini.
“Però…”
“Allora? Hai perso la convinzione?”
“Se mai il contrario… cazzo, non me lo sarei mai aspettato, ma non mi lamento di certo.”
“E ci mancherebbe. Torniamo su?”
“Perché no? Bisogna finire di provarla, vero?”
“Dovremmo. Ehi?”
“Sì?”
“Sono anni che voglio dirti che ti amo. Non succederà niente se te lo dico ora?”
Ricevette in cambio solo un’espressione di pura gioia. Ed esserne la causa riusciva solo a fargli realizzare quanto lo volesse, e a fargli pensare al futuro in prospettiva decisamente luminosa.
Gli prese la mano e salirono per le scale verso la sala prove.
Quando aprirono la porta, qualcuno aveva tirato le tende, Steven si supponeva. Il batterista stava girando per la stanza accendendo candele a destra e a manca e trafficando in giro, mentre Slash e Duff erano alle solite postazioni con la chitarra pronta. Izzy lasciò Axl e andò a sedersi al solito posto, mentre il cantante sorrise e prese un microfono lì a lato. Non ci fu bisogno di dire nulla, bastava Duff a dare il tempo.
“Uno… due… uno, due, tre, quattro…”
Iniziarono a suonare, e Axl a fischiare, mentre Steven li osservava sorridendo, e andò tutto bene.
Shed a tear 'cause I'm missing you
I'm still alright to smile
Girl, I think about you every day now
Was a time when I wasn't sure
But you set my mind at ease
There is no doubt you're in my heart now
Said woman take it slow
It'll work itself out fine
All we need is just a little patience
Said sugar make it slow
And we'll come together fine
All we need is just a little patience
Sit here on the stairs
'Cause I'd rather be alone
If I can't have you right now, I'll wait dear
Sometimes, I get so tense
But I can't speed up the time
But you know, love, there's one more thing to consider
Said woman take it slow
Things will be just fine
You and I'll just use a little patience
Said sugar take the time
'Cause the lights are shining bright
You and I've got what it takes to make it
We won't fake it,
Oh, never break it
'Cause I can't take it
E lì sarebbe dovuta finire, ma a Steven sembrava un peccato. Ad un certo punto Duff si voltò verso di lui con un’espressione interrogativa e il batterista gli fece cenno di andare avanti. Duff lo fece a sua volta agli altri tre, che sempre senza dire una parola continuarono improvvisando sulla stessa linea, e ad un certo punto Axl guardò Izzy e iniziò a improvvisare anche lui senza spostare gli occhi.
I’'ve been walking these streets at night
Just trying to get it right
It's hard to see with so many around
You know I don't like being stuck in a crowd
And the streets don't change but maybe the name
I ain't got time for the game
'Cause I need you
Yeah, yeah well I need you
Oh, I need you
Whoa, I need you
Ooh, this time....
Izzy alzò lo sguardo dal manico della chitarra e lo fissò anche lui con il solito sorriso che gli scaldava il cuore ed entrambi si convinsero ancora di più di aver fatto la cosa giusta.
D’altronde, tutti possono farcela, con un po’ di pazienza.